Confronto tra le stazioni

Gli schemi del fiume estremamente stilizzati riportati in figura 19 sintetizzano i risultati delle indagini sulla qualità ambientale, sulla temperatura dell’acqua, sulla qualità biologica del corso d’acqua nel tratto in studio e nella stazione presa come riferimento, a monte dell’invaso di Montedoglio.

Sia dal punto di vista della qualità ambientale sia da quello della qualità biologica emerge un miglioramento del fiume, da monte verso valle, dalla stazione 1 alla 3. La qualità biologica espressa dal fiume in condizioni imperturbate dalla presenza dell’invaso (stazione 4) è riconquistata dal fiume già nella stazione 2, dove risulta essere di nuovo in seconda classe IBE.

Subito a valle della diga la temperatura dell’acqua del fiume subisce una brusca diminuzione, facendo registrare 7,7°C, per poi aumentare fino ai 10,3°C registrati nella stazione posta più a valle; tali temperature risultano dunque essere inferiori rispetto alla temperatura misurata a monte dell’invaso, nella stazione 4, e fanno dunque rilevare l’influenza della diga sul tratto fluviale oggetto di studio.

Figura 19 : carte della funzionalità fluviale IFF (A), della qualità biologica IBE (B) e della temperatura dell’acqua (C), nelle quattro stazioni di campionamento.

 

Per quanto riguarda la comunità ittica, confrontando i risultati ottenuti dai campionamenti nelle quattro stazioni, si osserva quanto segue.

Dal punto di vista della ricchezza in specie, le comunità ittiche sembrando essere ovunque piuttosto scarse, sia a valle della diga, in prossimità della quale lo sono peraltro particolarmente, sia a monte dell’invaso. Il numero di specie rinvenute, infatti, varia dalle 4 alle 6 specie ittiche. Le specie più ricorrenti sono, in particolare, il Cavedano, presente ovunque, e il Barbo tiberino, assente esclusivamente nella stazione 2.

Il confronto tra le densità (N°individui/m2) mostrate dalle due specie nelle quattro stazioni di campionamento mette in evidenza quanto osservato anche durante le operazioni di campo: la densità numerica della comunità ittica a valle dell’invaso è fortemente diminuita rispetto alla densità riscontrata a monte. Il fatto che si assista ad un vero e proprio gradiente positivo di densità passando dalla stazione 1 alla stazione 3 dimostra che proprio alla presenza della diga deve essere imputata la responsabilità di tale penuria di pesci subito a valle dell’invaso.

Figura 20 : Densità numerica (individui /m2) della comunità ittica ed in particolare del Cavedano e del Barbo tiberino nelle stazioni di campionamento.

Conclusioni

La comunità ittica originaria del Tevere nella zona di indagine è dominata dai ciprinidi reofili. Le caratteristiche idraulico-morfologiche del fiume, con una corretta alternanza delle tipologie di mesohabitat run/riffle/pool, e la composizione della comunità ittica rilevata a monte della diga, confermano tale vocazione: il fiume è ascrivibile in questo tratto alla zona ittica dei ciprinidi reofili.

A valle della diga continuano ad esserci le medesime caratteristiche idraulico-morfologiche presenti anche a monte, ma in presenza di condizioni di portata e di qualità chimico-fisica molto diverse, alle quali corrisponde un popolamento ittico quali-quantitativamente parimenti diverso.

Infatti, considerando la portata idrica fluente alla data del campionamento, a monte della diga era presente la portata idrica naturale, tipica del periodo di magra in cui ci si trovava, stimata nell’ordine di 2-300 l/s. A valle della diga la portata idrica era pari a circa 3 m3/s, dei quali circa la metà conseguenti all’attività di produzione idroelettrica e i rimanenti dovuti ad un evento casuale: la discesa in canoa del Tevere, per la cui riuscita era stato richiesto ai gestori della diga di rilasciare una portata idrica aggiuntiva.

Oltre alle differenze di portata, che nell’ambito di questi ordini di grandezza non sono in grado di per sè di influenzare la composizione della comunità ittica, assumono invece un ruolo estremamente rilevante le variazioni di tipo chimico-fisico indotte dalle modalità di utilizzo dell’acqua della diga, ed in particolare la temperatura.

Il fatto che la diga stia progressivamente “invasando”, ossia accumulando l’acqua in ingresso da monte, ha portato nel corso dell’ultimo anno al raggiungimento di quote del pelo libero dell’invaso intorno ai 277 m slm. Considerando che la presa dell’acqua che alimenta la centralina idroelettrica è posta alla quota di 262 m slm, si deduce che nel corso dell’ultimo anno, mediamente, l’acqua destinata alla centralina e quindi al Tevere a valle della diga è stata prelevata alla profondità di 15 metri (Figura 3). Tale profondità corrisponde nel bacino, dal punto di vista limnologico, allo strato dell’ipolimnio. La profondità del lago è tale da permettere una netta stratificazione termica estiva, con la conseguenza che l’acqua turbinata e poi restituita al fiume a valle della diga è acqua costantemente fredda. Essa potrà subire qualche leggera variazione termica in corrispondenza dei periodi di circolazione dell’acqua dell’invaso, in periodo invernale, quando comunque l’intera colonna d’acqua ha temperatura bassa.

Questa situazione, che salvo eventi catastrofici ed imprevedibili che portino ad abbassare sensibilmente il livello dell’invaso sarà definitiva, ha di fatto completamente stravolto le caratteristiche ecologiche del Tevere a valle della diga, segnatamente in relazione a:

  •     regime delle portate;
  •     regime termico;
  •     trasporto solido;
  •     percorribilità.

Infatti, la nuova situazione creatasi a valle della diga consiste in:

  •     un fiume a portata costante, peraltro considerevole: sempre superiore ad 1,5 m3/s;
  •     acqua fredda durante l’intero anno;
  •     trasporto solido molto limitato, in relazione alla funzione di sedimentatore operata dalla diga;
  •     impossibilità di percorrere il tratto da parte dei pesci in migrazione in virtù della invalicabilità della diga e della mancanza di un passaggio artificiale per pesci.

Tutto ciò, come già detto, ha portato alla creazione di un fiume artificiale, molto diverso dal Tevere “ante diga”.

Questo fiume, per un tratto di alcuni chilometri, è stato quindi cambiato nelle sue più importanti caratteristiche abiotiche, che a loro volta hanno determinato nel breve periodo di un anno, un drastico mutamento anche delle sue principali componenti biotiche, delle quali i pesci rappresentano la componente più facilmente osservabile.

In condizioni naturali, la dinamica delle temperature del fiume segue infatti gli eventi stagionali ed è influenzata dalla temperatura dell’aria, passando da pochi gradi in periodo invernale a valori superiori a 20°C in periodo estivo. Tale variazione delle temperature dell’acqua, secondo il progredire delle stagioni, ha un ruolo fondamentale nei confronti dell’intero ecosistema acquatico. Senza approfondire questo aspetto per le varie biocenosi, ma limitandosi ai soli pesci che sono l’oggetto principale di questo lavoro, si rileva che la riproduzione, che è una funzione vitale per il mantenimento delle specie, è strettamente collegata alle temperature: la maturazione delle gonadi, l’attività di frega (costruzione del nido, corteggiamento, ovodeposizione, fecondazione) e l’incubazione delle uova sono tutti processi strettamente collegati alla temperatura dell’acqua.

Pesci “d’acqua calda”, come i ciprinidi, che rappresentano la maggior parte della comunità ittica originaria, si riproducono in tarda primavera, e a volte proseguono la riproduzione anche con “ondate” successive in periodo estivo (specie “multiple spawner”, come l’alborella o la scardola).

E’ evidente che se la temperatura gioca un ruolo determinante nell’attivare i processi ormonali che portano alla riproduzione dei pesci, esiste il concreto pericolo che per un tratto più o meno lungo del Tevere sotto la diga non ci sia mai, almeno per alcune specie, la condizione minima per poter effettuare la riproduzione.

L’effetto termico andrà via via stemperandosi procedendo verso valle, quando l’acqua di torrenti tributari e l’influenza dell’aria produrranno un progressivo riscaldamento del Tevere sino a valori compatibili con l’ecologia riproduttiva dei pesci presenti.

I dati dei censimenti ittici effettuati in questa occasione confermano peraltro in modo chiaro questa ipotesi. Si rileva innanzitutto la scarsa quantità di pesce in termini assoluti, ma si osserva anche un evidente gradiente per cui allontanandosi dalla diga aumentano le densità e le biomasse ittiche, che comunque nemmeno si avvicinano a quelle rilevate nella stazione a monte della diga.

Il comportamento dei pesci a valle della diga, che secondo le testimonianze dei molti pescatori locali sino ad un anno fa colonizzavano abbondantemente questo tratto fluviale, e che ora invece gli stessi pescatori indicano come quasi completamente scomparsi, pare aver seguito esattamente il progressivo raffreddamento dell’acqua in funzione dell’aumento di livello dell’invaso e quindi della maggiore profondità di attingimento dell’acqua e della conseguente minore temperatura. I pesci, verosimilmente, si sono spostati nel tratto fluviale più a valle, dove le temperature sono più favorevoli e dove trovano le condizioni per riprodursi. L’acqua fredda presumibilmente inibisce anche la risalita nel periodo pre-riproduttivo che caratterizza moltissimi pesci presenti nel fiume come barbo, cavedano e lasca.

Il fiume, per un tratto di alcuni chilometri, è divenuto inospitale per pesci d’acqua calda, mentre esprime caratteristiche ambientali perfettamente compatibili con la presenza ed il benessere di pesci d’acqua fredda, quali i Salmonidi delle acque lotiche.

Alla luce dunque dei risultati dei campionamenti e di tutte le considerazioni di cui sopra, si rileva un’oggettiva trasformazione del Tevere a valle della diga di Montedoglio che ha portato, fra le tante alterazioni, anche ad una diversa vocazione ittica, risultando un tratto fluviale particolarmente idoneo per i Salmonidi.

L’estrema peculiarità ambientale di questo tratto e la contemporanea inidoneità per i pesci che storicamente colonizzavano il Tevere nella zona, rende perfettamente compatibile l’istituzione di un’Area a Regolamento Specifico, finalizzata alla gestione turistica di un tratto fluviale così fortemente alterato.

E’ bene ricordare che sotto il profilo del paesaggio, della fascia ecotonale riparia, della vegetazione peri- e para-fluviale, e della quantità d’acqua il tratto in oggetto ha certamente moltissimi aspetti di pregio e ad un semplice sopralluogo la sensazione prevalente è quella di trovarsi in un ambiente di elevata naturalità. Ma è bene ricordare una volta ancora, sia pure sinteticamente, i fattori di profonda alterazione:

  •     la presenza di una diga che sbarra completamente la valle del Tevere;
  •     l’artificializzazione delle portate di valle e del regime termico del fiume;
  •     l’alterazione del trasporto solido;
  •     l’interruzione del corridoio ecologico fluviale, per la mancanza di un passaggio artificiale per pesci in corrispondenza della diga;
  •     l’estrema difficoltà di colonizzazione da monte, per l’effetto di intrappolamento della diga e dell’invaso, dove si fermano gli organismi che discendono il fiume, per drift o per movimento proprio.

Questo fatto, di avere un ambiente comunque piacevole, anche se radicalmente alterato rispetto all’originale, avvalora ulteriormente l’idea di un’Area a Regolamentazione Specifica, avvantaggiata per la sua fruizione dalla bellezza dell’ambiente in generale ed al contempo sostenibile nella sua gestione perchè le valenze naturalistiche e faunistiche fluviali originarie non ci sono più o quantomeno sono fortemente condizionate da perturbazioni poco “visibili” ma certamente molto importanti.

La proposta di istituzione di una ARS nel tratto fluviale compreso fra la diga di Montedoglio ed il ponte di Sansepolcro, da gestire a Salmonidi, è quindi perfettamente compatibile con la particolarissima situazione ambientale creatasi in questo fiume, come sopra descritto. I Salmonidi sarebbero peraltro confinati in questo tratto, o poco più a valle, proprio in relazione al regime termico che a valle di Sansepolcro in periodo estivo ritorna a valori compatibili con la comunità ittica ciprinicola e non più con quella salmonicola, il cui limite termico superiore per godere di condizioni di benessere è intorno a 20°C (Elliot, 1994[1]), sopportando temperature maggiori solo per brevi periodi.

La proposta poi di gestire l’ARS non solo con la trota fario, ma anche con il temolo (Thymallus thymallus), che di primo acchito fa “storcere il naso” a qualsiasi naturalista per il fatto di essere un pesce estraneo alla fauna ittica originaria del bacino del Tevere, merita a nostro avviso qualche considerazione un po’ ragionata.

Le considerazioni in questo caso devono comprendere alcuni aspetti squisitamente tecnici, ma anche altri più pertinenti alla fruizione turistica, al tempo libero, alla possibile valorizzazione e frequentazione di un’area “marginale” e, non ultimo, anche alla possibilità di creare qualche posto di lavoro legato al territorio senza i “costi ambientali” che a volte comportano gli insediamenti produttivi.

Si tratta, in altre parole, di comparare i costi e i benefici di tale possibilità, mutuando su piccola scala le procedure della “verifica ambientale” e dello “studio di impatto ambientale”.

In tale ottica, e rimanendo al livello delle considerazioni, abbiamo una voce “negativa” sulla introduzione del temolo, legata alle corrette pratiche di gestione della fauna che, sotto il profilo naturalistico, escludono di norma l’introduzione di specie non native. Tale voce, pur essendo indubbiamente negativa, viene comunque “smussata” dal fatto che il tratto a salmonidi si esaurisce verso valle in funzione delle temperature estive non più compatibili, precludendo quindi una eventuale diffusione della specie nel rimanente reticolo idrico del bacino; va poi ricordato che si tratta di una specie a bassa fecondità relativa, non invasiva, facilmente controllabile; la stessa autoecologia del temolo infine, in particolare per gli aspetti di preferenza termica, di alimentazione e di riproduzione, escludono la competizione diretta con le specie ittiche autoctone: tutt’al più potrà esserci un tratto di convivenza con il barbo, nella zona di passaggio delle temperature estive dall’acqua fredda a quella più calda, che non è ovviamente un confine netto, ma sfuma progressivamente con una zona compatibile per entrambe le specie.

E’ comunque indubbio, anche alla luce di tutte le attenuanti di cui sopra, che la pratica di introdurre una specie non nativa resti di norma fondamentalmente scorretta.

Vale però la pena di ricordare anche gli altri aspetti, non più di tipo strettamente tecnico o ittiologico, ma che devono avere un peso nelle scelte di gestione, tenendo sempre ben presente che non ci troviamo in un’area incontaminata, di totale wilderness, in un Parco o in altre zone protette: ci troviamo a valle di una grande diga che sbarra trasversalmente il Tevere con un manufatto alto circa 50 metri, che il fiume è alimentato da portate idriche completamente artificiali, che il regime termico è stravolto dalla tipologia di gestione, che il corridoio ecologico fluviale è interrotto e non ha alcuna possibilità di essere percorso, che il trasporto solido è totalmente cambiato e che la comunità ittica originaria non trova più le sue minime condizioni di habitat per continuare a colonizzare il tratto di fiume in questione.

Pare evidente, in base al solo buon senso, che adottare scelte rigidamente conservazionistiche in un ambiente così alterato, può risultare forse anche corretto formalmente, ma anche miope e penalizzante per altri possibili sviluppi.

E’ innegabile che la tecnica della pesca a mosca coinvolge un numero di appassionati in costante incremento, anche a fronte di una complessiva diminuzione della categoria dei pescatori. Ed è altrettanto vero che tale categoria compie movimenti e viaggi in tutto il mondo per poter praticare questo tipo di pesca con soddisfazione. Qui, nell’area di studio, non si tratta di paragonarsi ai fiumi a salmoni dell’Alaska, ma a qualche tratto fluviale dell’Austria o della Slovenia popolato dai temoli, per quanto riguarda le caratteristiche ambientali, certamente sì.

E’ anche oggettivo il successo ottenuto da ARS avviate da alcuni anni (Valnerina, Presale), e la richiesta da parte dei pescatori di zone di questo tipo. Il temolo, di fatto assente nel Centro Italia, rappresenta un pesce di grandissimo richiamo per i pescatori a mosca, per le caratteristiche di cacciare gli insetti a galla con un apparato visivo del tutto specializzato in tal senso, che rendono il temolo veramente unico tra i pesci italiani in quanto a capacità di selezionare gli insetti e quindi di premiare la tecnica e il pregio delle mosche artificiali.

L’istituzione dell’ARS porterebbe presumibilmente un consistente numero di pescatori, avviando un indotto e qualche posto di lavoro, come peraltro indicato nella documentazione prodotta dalle Associazioni. Se poi questa ARS vedesse tra i pesci possibili anche il temolo, il richiamo dei pescatori sarebbe fortemente amplificato.

In ultima analisi, partendo dal particolare contesto ambientale di questo tratto fluviale, avendo verificato lo stato del fiume e della sua comunità ittica, constatando la mutata vocazione ittica attuale e tenendo presente l’insieme di considerazioni inerenti la possibile gestione a salmonidi di questo tratto, a nostro avviso l’istituzione di una Area a Regolamento Specifico risulta perfettamente compatibile.

Potrebbe anche essere introdotto il temolo, seguendo il ragionamento di cui sopra, con la piena consapevolezza di una azione di tipo sperimentale, che deve essere accuratamente pianificata (zone, taglie, numero di pesci, possibilità di marcatura, ecc.) nonché accompagnata da una pressoché completa ricostruzione dell’intera comunità ittica che comprenda oltre alla trota fario di ceppo locale, anche i pesci autoctoni “di accompagnamento” in grado di vivere bene anche in acqua fredda (vairone, ghiozzo di ruscello).

L’eventuale attivazione di una tale Area e della ricostruzione di una comunità ittica a Salmonidi dovrà prevedere anche un opportuno Piano di monitoraggio, che verifichi l’attecchimento delle nuove popolazioni ittiche, definisca le curve di accrescimento specifiche, verifichi l’attività riproduttiva, controlli nel tratto a valle l’eventuale colonizzazione e l’effettiva area di influenza dell’acqua fredda.

Le ulteriori proposte accennate nel documento delle Associazioni per la valorizzazione complessiva dell’area, interessando anche i laghi delle ex-cave, ipotizzando un incubatoio ittico di valle, i percorsi didattico-naturalistici ecc, sono certamente molto meritevoli e perfettamente calzanti con un Progetto molto più ampio, che potrà essere definito sulla base delle decisioni prese sulla possibile Area a Regolamento Specifico, che fungerebbe da volano per le altre iniziative.

[1] Elliot J.M., 1994. Quantitative ecology and the Brown Trout. Oxford University Press, 286 pp.